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Un territorio sotto l'Inquisizione. Conegliano e la diocesi di Ceneda nel Cinquecento

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  3435 Nella Chiesa cattolica ci fu un grande moto di rinnovamento interno prima della Riforma pro-testante, ma soprattutto in concomitanza e in contrasto con essa. La riforma più importante partì dall’alto e investì le questioni teologiche e disciplinari con le decisioni prese dal Concilio di Trento, riunito da Paolo iii  il 13  dicembre 1545  e conclusosi dopo tre fasi il 3  dicembre 1563 . Que-sta riforma interna era stata preceduta dalla scelta di intervenire in modo forte contro gli aderenti alla Riforma che vivevano in Italia. Infatti il 21  luglio 1542  Paolo iii  con la bolla Licet ab initio aveva delegato a cinque cardinali la lotta giudi-ziaria contro gli eretici. La Congregazione del Sant’Uffizio fu la prima e la più importante delle Congregazioni romane e restò sempre sotto il di-retto potere papale fino al 1968 2 . In Italia la diffusione delle idee della Riforma cominciò presto, negli anni venti e trenta e inte-ressò ecclesiastici, intellettuali, artigiani e profes-sionisti: notai, medici, avvocati, giuristi, spesso in gruppi ampi e compositi. Coinvolse anche gli strati alti della società, nobili, patrizi, nobildonne e artisti, ad esempio Vittoria Colonna e lo stes-so Michelangelo. Ebbe caratteristiche teologiche particolari: mentre nell’Europa settentrionale le Chiese protestanti erano o luterane o calviniste, in Italia si cercava una risposta ai nuovi biso-gni religiosi in più direzioni, mettendo assieme aspetti delle idee luterane, zwingliane, calviniste e di altri teologi, con un forte apporto delle con-cezioni mistiche dell’ alumbrado  spagnolo Juan de Valdés, vissuto a Napoli dal 1533  alla morte nel 1541 . Non si ha idea di quanti filoprotestanti possano esserci stati in Italia, ma si possono stimare quelli processati dall’Inquisizione in 15 . 000 - 18 . 000  per-sone, tenendo conto anche delle sedi prive di ar-chivio, e le sentenze capitali eseguite in 650 - 750 , su una popolazione complessiva di 11 , 5  milioni alla metà del Cinquecento. Invece i valdesi, l’u-nico gruppo evangelico organizzato in Chiesa, In attesa di dida completa:Cristoforo Sorte, Carta per adaquar il trivisan , 1567, Venezia, Archivio di Stato, part. Il Cinquecento fu un “secolo di ferro”, in cui avvennero cambiamenti epocali: le scoperte del nuovo mondo e di popolazioni prima sconosciu-te, i commerci via mare con l’India e l’estremo Oriente, il pieno sviluppo della stampa a caratteri mobili, il rafforzamento degli Stati nazionali, la crescita della popolazione, l’aumento della ric-chezza, dovuto in parte alle importazioni di beni e di oro dall’America e al commercio degli schiavi africani. All’inizio del Seicento cominciò poi la storia della scienza moderna con le intuizioni e gli esperimenti geniali di Galileo Galilei. Nella storia del cristianesimo e in quella del pensiero religioso ci furono ugualmente nel Cinquecento grandi trasformazioni, che finirono per insangui-nare l’Europa con le guerre di religione fino alla metà del Seicento e ben oltre con l’Inquisizione. Le novità teologiche iniziarono in Germania il 31  ottobre 1517  con la diffusione ampia e spontanea delle novantacinque tesi di Lutero, che non fu-rono affisse alla porta della chiesa di Wittenberg, ma preparate dal docente universitario fra Mar-tino per essere discusse tra esperti. Entro pochi anni quella che era sembrata alle alte autorità ecclesiastiche una fastidiosa disputa di frati si al-largò fino a diventare un moto di rinnovamento delle strutture e delle dottrine cristiane accolto in molti Stati europei, sollevando le paure e le contromosse della Chiesa romana e degli Stati cattolici rimasti fedeli al papato. Un movimento religioso di altro genere si svilup-pò negli anni venti nell’Europa centrale, a partire dalla Svizzera. Erano gli anabattisti, che estre-mizzarono alcune questioni teologiche e vollero evitare nettamente ogni interferenza dello Stato nella sfera religiosa e viceversa: ritenevano valido soltanto il battesimo amministrato agli adulti, concepivano i sacramenti come segni puramente esteriori, seguivano una morale severa e vivevano in comune. L’Italia fu l’unico paese latino in cui furono presenti a partire dalla seconda metà degli anni quaranta  1 . un territorio sotto l’inquisizione. conegliano e la diocesi di ceneda nel cinquecento· andrea del col ·  3637 composizione inconsueta, con tre giudici della fede: il nunzio apostolico o il suo auditore, l’in-quisitore e dal 1558  anche il vicario del patriarca e più tardi il patriarca. I primi due avevano compe-tenza su tutta la Repubblica, e quindi potevano di per sé seguire le cause iniziate in Terraferma o processare direttamente eretici di Terraferma. Le altre sedi principali dell’Inquisizione si trova-vano a Belluno, Bergamo, Brescia, Capodistria, Ceneda (oggi Vittorio Veneto), Crema dal 1614 , Padova, Rovigo (Adria), Treviso, Udine (Aquile-ia e Concordia), Verona, Vicenza, Zara e in esse operavano il vescovo e l’inquisitore. Le sedi loca-li, oltre a corrispondere con la Congregazione del Sant’Uffizio, avevano scambi con Venezia, ma anche con altri inquisitori. Non esiste più l’archi-vio dell’Inquisizione di Ceneda, ma documenti al riguardo si trovano nell’archivio veneziano del Sant’Uffizio e in quelli delle magistrature statali centrali.Molto importante fu infatti la presenza delle au-torità civili, che intervennero dal 1547  alle sedute del Sant’Uffizio di Venezia con i tre savi (o depu-tati) all’eresia e dal 1550  a quelle dei tribunali di Terraferma con i rispettivi rettori. La Repubblica poi, attraverso le “parti” del Consiglio dei dieci e poi del Senato, decideva parecchie questioni sul funzionamento effettivo dell’Inquisizione, andando talvolta al di là o contro le norme del diritto canonico, quando lo richiedeva il perse-guimento dei propri fini. Tra le prime disposi-zioni del Consiglio dei dieci ai rettori delle città ci fu quella che prevedeva l’invio a Venezia dei processi riguardanti persone ragguardevoli, casi difficili o discutibili, aspetti rilevanti del con-trollo sociale, specie se implicavano la condanna capitale. In certi casi era lo stesso Consiglio dei dieci che, su informazione dei rettori, avocava a Venezia un processo 7 . 2. la permanenza decennale a conegliano del vescovo andrea centani Il personaggio senza dubbio più rilevante che propagò le idee della Riforma a Conegliano e dintorni fu un vescovo, nel periodo di più inten-sa diffusione delle concezioni luterane e riforma-te in Italia, collocabile tra il 1542  circa e il 1555 8 . Nella cittadina risiedette molto probabilmente dalla seconda metà del 1546  all’inizio del 1556  il patrizio veneziano Andrea Centani, vescovo di Limassol nell’isola di Cipro, dove forse non andò passato alla Riforma di Ginevra nel 1532 , si ri-tiene fossero circa 15 . 000  nelle valli piemontesi e forse altrettanti in Calabria e in Puglia. L’inter-vento militare del duca di Savoia contro di loro nel 1560  non riuscì, mentre in Calabria ci fu nel 1560 - 1561  una campagna inquisitoriale per con-vincerli ad abiurare e, quando si ribellarono, fu mandato l’esercito spagnolo, che portò a termi-ne una brutale repressione uccidendo migliaia di uomini e donne, almeno 3 . 550 , sepolti in fretta in fosse comuni 3 . Il rinnovamento interno della Chiesa cattolica e l’operato del Sant’Uffizio furono due fondamen-tali ed estesi fenomeni strettamente compenetra-ti tra loro, che coniugarono negli ecclesiastici e nei fedeli più zelanti un’intensa vita religiosa e una incrollabile fiducia nella violenza contro i dissidenti, sempre per l’alta finalità di realizzare e difendere gli insegnamenti di Gesù Cristo. Le ricerche recenti sull’Inquisizione romana, che partono da nuove prospettive storiche, hanno cominciato a cogliere alcune caratteristiche parti-colari di questa istituzione speciale, ma ben inse-rita nelle strutture della Chiesa in Italia. I punti più rilevanti riguardano i giudici della fede e le procedure. Nelle sedi periferiche infatti i giudici furono il vescovo e l’inquisitore, e in alcune ca-pitali di Stato il nunzio apostolico, che di norma era il più importante. Oltre al processo formale venne inoltre impiegata la procedura sommaria, più breve e favorevole all’imputato, molto usata nel Sei-Settecento 4 . La Controriforma e l’Inquisizione furono rite-nute per secoli la salvezza della civiltà cristiana ed è solo con l’illuminismo del Settecento che il controllo e la repressione delle idee e pratiche religiose eterodosse vennero considerati la nega-zione non solo del cristianesimo, ma anche della dignità umana e del progresso 5 . 1. il funzionamento dell’inquisizione nella repubblica di venezia  Le ricerche sull’Inquisizione romana hanno avu-to un notevole sviluppo negli ultimi decenni per il crescente interesse degli storici universitari, l’apertura dell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede e il reperimento di varia documentazione del Sant’Uffizio in parecchi ar-chivi diocesani 6 . In particolare è stato studiato il funzionamento dell’Inquisizione nella Repubbli-ca di Venezia. Il tribunale della capitale aveva una Le Vergeriane del Mutio iustinopolitano. Discorso se si convenga ragunar concilio. Trattato della comunione de’ laici: & delle mogli de’ cherici. In Vinegia, appresso Gabriel Giolito de Ferrari e fratelli, 1550.218, [2]c. 8°Legatura coeva in pergamena. Legato ContariniVenezia, BNM, 218 C 108 mai. Partecipò anche in forma poco significativa al Concilio di Trento, senza sollevare dubbi sulla sua ortodossia  9 . Su di lui le notizie sono scarse, ma si può supporre che propugnasse in qualche modo le nuove dottrine come facevano negli stessi anni il vescovo di Capodistria Pier Paolo Vergerio, il vescovo di Chioggia Giacomo Nac-chianti e il vescovo di Bergamo Vittore Soran-zo 10 . Era inoltre amico di persone importanti che sarebbero state inquisite per eresia: fra Ambrogio Cavalli, messo al rogo a Roma il 15  giugno 1556 , Francesco Stella, pre Lucio Paolo Rosello, Girola-mo Donzellino. Rosello gli dedicò anzi il Discorso di penitenza raccolto [...] da un ragionamento del Reverendissimo Cardinal Contareno , stampato a Venezia nel 1549  e venduto nella libreria di An-drea Arrivabene. Centani lasciò la cittadina perché venne proces-sato dalla Congregazione del Sant’Uffizio, nel cui palazzo subì il primo interrogatorio in stato di arresto il 14  marzo 1556 . Il fascicolo a suo carico non è più conservato, ma nel processo veneziano contro Giovanni Domenico Bragandi ne rimane un brandello, la copia di un costituto (l’interro-gatorio di un imputato) che concerne Francesco Bottana da Udine, servo del vescovo dal gennaio all’ottobre del 1555 11 .In quegli anni il vescovo di Limassol non fu l’uni co prelato messo sotto processo. Paolo iv  , per stroncare le simpatie verso le dottrine del-la Riforma in Italia, specie nell’alto clero, fece giudicare dalla Congregazione del Sant’Uffizio il cardinale Giovanni Morone, che venne incar-cerato in Castel Sant’Angelo e i vescovi Vittore Soranzo, Egidio Foscarari, Giovanni Francesco Verdura, Pietro Antonio di Capua, Giovanni Tommaso Sanfelice. Andrea Centani risultò cer-tamente eretico 12 . Alla fine del pontificato di Pa-olo iv  , durante i tumulti seguiti alla sua morte, Centani riuscì a fuggire dalla prigione e riparò a Chiavenna, in terra protestante. Fu deposto dal vescovado nel concistoro del 25  aprile 1560 . Il fra-tello abate Giovanni finì anche lui sotto processo da parte della Congregazione del Sant’Uffizio a partire dal 20  agosto 1560 13 . 3. i processi del sant’uffizio a oderzo e serravalle negli anni quaranta  La prima notizia sull’attività dell’Inquisizione nella diocesi di Ceneda riguarda una controver-sia giurisdizionale tra il provveditore di Oderzo,  3839 Stefano Trivisano e Egidio Falcetta, vicario gene-rale, in seguito a un processo per bestemmia con-tro pre Marino Scutarino. L’azione era stata ini-ziata su denuncia direttamente dal provveditore il 6  luglio 1545 . Gli Esecutori sopra la bestemmia avevano stabilito che si trattava di competenza loro, mentre Falcetta il 5  agosto 1545  aveva chiesto ai capi del Consiglio dei dieci la remissione del processo al proprio foro. Il 19  agosto questi deci-sero che così si facesse, rinunciando stranamente a sostenere la giurisdizione statale 14 .Il primo atto processuale noto del Sant’Uffizio in diocesi di Ceneda fu avviato il 15  aprile 1547  dal canonico Giovanni Antonio della Torre, vi-cario generale del vescovo eletto e conte Michele della Torre, contro Liberale Pontino, abitante a Serravalle, a seguito di una denuncia. Egli avreb-be infatti detto, vedendo pre Pietro chiedere l’elemosina nel paese di Lago: «Che dati voi a questi pretti? Faresti meio manzarli [i soldi] per voi. Che limosina! Che far limosina! Manzatili pur per voi». Il prete lo sentì e replicò: «Tasi, Bi-ral, non dar fastidio a chi non ne da a ti, tendi a far li fatti tui. Ancho l’altro zorno tu negasti el sacramento, dicendo che in quella ostia non era Christo. Vardati pur che non ti intravegni quello che non voresti», riferimento fin troppo chiaro all’Inquisizione 15 .Nello stesso fascicolo si trova una lettera scritta dal podestà di Serravalle Nicolò Dolfin ai tre de-putati il 12  giugno 1549  riguardo un’immagine di sant’Antonio. In risposta alla loro richiesta, il po-destà riconosce di non avere ottenuto informa-zioni sufficienti. Cosa era successo si vede invece molto chiaramente in una denuncia anonima: ultimamente queste feste di Pascha della Resurectione proxima passata hano tagliato in pezzi la imagine et statua devota di santo Antonio et l’ha gettata giù per il fiume del Mesco che passa lì per la terra, non sen-za grandissimo scandolo delli huomini et donne, che viveno con qualche timor de Dio, dal che son causato poi li cattivi et pessimi tempi, che farano cativissimo raccolto et grandissima carestia, se l’ira del nostro si-gnor Iddio non si placca. Nella denuncia furono nominati Giacomo Mad-dalena, notaio, Zardino Peruchin, Francesco (Cecho) de Dsrco da San Fior, Onofrio Cito-lini, Marco Philomena, Giovanni Battista Peru-chin e Francesco dal Cason. Questi parlavano apertamente contro la messa, la confessione, la ecclesiastici 18 . Accadde così anche per il processo di Conegliano: il provveditore mandò ai primi di giugno gli atti ai capi del Consiglio e il 5  giugno lo stesso Consiglio decise che Riccardo e Nicolò fossero rimessi ai «nobili nostri sopra heretici» 19 . Infatti i due furono interrogati prima dal notaio del Sant’Uffizio di Venezia l’ 11  giugno e poi più volte dall’auditore del nunzio, Gherardo Busdra-go e dall’inquisitore, fra Marino da Venezia, che alla fine emanarono la sentenza di condanna per eresia formale l’ 11  luglio, con connesse abiura e pene. 5. il processo contro francesco stella da portobuffolè Un personaggio molto in vista nel movimento di riforma religiosa nella Repubblica Serenissima fu Francesco Stella, che faceva il medico e dimora-va di solito a Portobuffolè, ma anche nella città lagunare. Era in stretti rapporti con alcuni dei filoprotestanti più notevoli: i vescovi Centani e Vergerio, Baldassarre Altieri, segretario dell’am-basciatore inglese a Venezia, in contatto con Martin Butzer, Lutero e la Chiesa di Ginevra, l’editore e libraio Andrea Arrivabene, pre Lucio Paolo Rosello, Girolamo Amalteo, srcinario di Oderzo e medico a Serravalle. Nella casa venezia-na di Giovanni Giacomo Sforza il medico abitava nella parte occupata da Francesco Argenta e tene-va con sé la moglie di questi, «zovene e bella», che non voleva più tornare dal marito 20 . Il 16  novembre 1549  il processo contro di lui co-minciò con una denuncia anonima per detenzio-ne e smercio di libri proibiti, consegnata al pro-curatore fiscale del nunzio, pre Alessandro Ruger, che svolgeva tale funzione anche nel tribunale del Sant’Uffizio. I deputati contro gli eretici decise-ro il sequestro dei libri, eseguito dal procuratore fiscale e dal capitano Pasqualino Masarachi con i fanti dell’Inquisizione, mentre l’auditore stese l’inventario. I libri trovati nelle bisacce (diciotto titoli) li aveva portati un bolognese, quelli conte-nuti in una grande cassa, circa quaranta, apparte-nevano a Stella, che spesso li distribuiva ad altri. L’analisi del loro elenco rivela un grande interes-se per la Bibbia e per la teologia protestante: un terzo erano commentari del Nuovo Testamento (Heinrich Bullinger, Johannes Oecolampadius,  Johann Draconites, Martin Dorpius, Sebastian Meyer) o raccolte di passi biblici (Erasmo Sar-cerio, Otto Brunfels), i più editi a Basilea e Zu-quaresima, i cibi proibiti, deridevano il culto del-la Madonna e dei santi, mentre gli ultimi due fre-quentavano di giorno e di notte il monastero di Santa Giustina e facevano l’amore con le mona-che, come se fosse stato un bordello pubblico. Le eresie che tanto scandalo producevano nei buoni fedeli erano dei corollari alle dottrine fondamen-tali della Riforma, compresa la frequentazione a luci rosse del monastero femminile, conseguenza logica della considerazione che i voti religiosi fos-sero inutili e dannosi 16 . 4. il primo processo contro riccardo perucolo e nicolò dalle monache Il secondo processo inquisitoriale, sempre tra quelli noti, ebbe luogo a Conegliano contro il pittore Riccardo Perucolo e Nicolò dalle Mona-che, falegname, fu iniziato il 16  maggio 1549  dal podestà e capitano veneziano Alvise Tagliapietra con la sua corte e fu condotto da lui fino al 18  giugno, esaminando parecchi testimoni, facendo arrestare gli imputati e interrogandoli personal-mente 17 . I due furono accusati di aderire ad alcu-ne tra le idee più rilevanti della Riforma e ai loro corollari: tenevano l’arbitrio servo e la predesti-nazione, negavano la presenza di Cristo nell’eu-carestia, la confessione e poi purgatorio, indul-genze, potere pontificio, messa, norme sull’asti-nenza, culto dei santi, celibato dei preti. Vi erano implicati anche altri: pre Gottardo Montanaro, cappellano del vescovo Centani, lo speziale Gian-donato Gastaldi, che prima aveva una bottega a Vicenza e aveva subito un processo inquisitoria-le, pre Giovanni Paolo Zotto, Domenico «orese», Giovanni Battista, oste all’insegna del Cappello e il figlio Giuseppe, Lorenzo «dalle Pezzole», Pietro Roccabonella. Molti di loro leggevano la Bibbia o il Nuovo Testamento in volgare, da soli o in compagnia.Non deve meravigliare l’azione diretta delle auto-rità statali come giudici in un processo per eresia, anche se per il diritto canonico non sarebbero stati competenti: a Venezia infatti c’era una tradi-zione in tal senso e il governo intendeva mante-nere la propria autonomia in questa delicata sfe-ra. Interventi analoghi avvennero una decina di altre volte a Brescia, Capodistria, Bergamo, Tre-viso, Vicenza (due), Pola, Asolo (due) tra il 1543  e il 1551 . Alcuni di questi processi furono rimessi dal Consiglio dei dieci al Sant’Uffizio di Venezia e quasi tutti furono alla fine conclusi dai giudici in attesa di scheda definitiva, intanto:Anonimo, Veduta prospettica della città di Treviso contornata dai borghi fortificati di Mestre, Noale, Castelfranco, Asolo, Conegliano, Portobuffolè, Motta e Oderzo, con ripartizione di oneri tra castelli e villaggi del Trevigiano per l’alloggiamento di 1224 cavalli , 1448, inchiostro e acquerello su carta, 574 x 411 mm Venezia, Archivio di Stato, Raccolta Stefani  4041 Lutrano, Mansuè, Villanova, emergono da due denunce anonime di poco seguenti. Egli critica-va il culto dei santi, il sacrificio della messa, le norme del digiuno e dell’astinenza, la presenza reale di Cristo nell’eucarestia («è un pezzo di pa-sta»), l’estrema unzione («oglio da onger stivali et scarpe»), non voleva sentir nominare la Ma-donna, negava i sacramenti, eccetto il battesimo, sosteneva che il papa era l’anticristo e la Chiesa romana la chiesa del diavolo. Le ultime due era-no affermazioni tipiche di Lutero. A Portobuffolè c’era un altro in combutta con Stella, il notaio Francesco Pirochin, che verso il 1541  aveva ospi-tato pre Rosello 24 . Le vicende di Stella ebbero un seguito internazionale: nel 1559  egli fu arrestato per ordine dei Dieci, processato a Ceneda, estra-dato a Roma, dove venne ulteriormente proces-sato, torturato e alla fine scarcerato per malattia il 4  gennaio 1563 25 . 6. denunce e informazioni tra il 1550 e il 1554 Le concezioni della Riforma circolarono molto in Italia anche nella prima metà degli anni cinquan-ta. Talvolta gli aderenti si esprimevano con criti-che forti alla religione tradizionale, come si evin-ce da una denuncia anonima contro Lodovico Mantovano, srcinario di Serravalle e allora mae-stro e avvocato a Oderzo, presente in precedenza alla corte del vescovo riformatore di Verona Gian Matteo Giberti. Durante un soggiorno a Venezia presso l’affittacamere Antonio «savoner», Lodo-vico aveva manifestato delle critiche alla divinità di Cristo con paradossi di conio razionalistico 26 : Che pensate voi chi fosse questo Cristo? El fu un bufo-ne, che andaseva magnando a casa di questo e di quelo. El cavalcava sopra un cavaleto da basto con una beriola in testa e un penachio. Molti vol ch’el sia morto e poi resusitato, cosa che non può essere, e voleno ch’el sia in quella hostia che si leva. Io el crederò quando gel vederò dentro con quel suo cavaleto e bastizolo.  Altre denunce senza seguito furono presentate contro fra Antonio Pancetta, minore conventuale di stanza a Padova, che aveva predicato la quare-sima del 1549  a Serravalle. Secondo la prima, non datata, fra Antonio aveva insegnato parecchie eresie, sostenendo che nessun prelato poteva im-porre degli obblighi sotto pena di peccato morta-le (come erano ad esempio le norme del digiuno e dell’astinenza), negando la confessione, il cul-rigo, fra cui l’ Exhortatio ad studium evangelicae lectionis   di Erasmo. Un terzo trattava questioni teologiche (Lutero, Melantone, Vadian) e i rima-nenti erano opere dei riformatori italiani Bernar-dino Ochino, Giulio da Milano, Vergerio, Celio Secondo Curione, Francesco Negri e un libro di Lorenzo Valla. A Venezia vigeva un catalogo dei libri proibiti, preparato dall’inquisitore su richie-sta del nunzio e pubblicato tra il 18  e il 25  maggio 1549 , in cui erano compresi molti di questi autori o titoli 21 . Dopo l’interrogatorio di tre testimoni, i deputati il 18  novembre disposero la citazione dell’imputa-to. Francesco Stella non si presentò, con una scel-ta avveduta che gli permise di non essere interro-gato sui libri e sulle idee religiose, evitando così un esame potenzialmente pericoloso. Il 2  gennaio 1550  i deputati lo condannarono in contumacia al pagamento di 50  ducati di multa per il possesso di libri proibiti, secondo le norme stabilite dal Consiglio dei dieci e disposero che i libri fossero bruciati pubblicamente in piazza San Marco. Al-tre pene vennero stabilite nel caso la multa non fosse stata pagata entro dieci giorni. La sentenza fu pronunciata dai deputati senza la partecipazio-ne dei giudici ecclesiastici, come avvenne anche in altri sei casi in quegli anni. L’azione antiereti-cale era condotta talvolta in prima persona dalle autorità statali.La multa venne saldata in tempo il 14  gennaio da Valentino Breda da Ceneda, mentre Girola-mo Massara, cugino di Francesco, ritirò le robe, le lettere e gli scritti ad lites   sequestrati 22 . Non ho notizie su Valentino Breda, ma il nome di Girola-mo Massara è molto significativo: era un calzolaio molto ricco di Porcia e partecipava a un grup-po di artigiani, che aderivano alle dottrine della Riforma e facevano capo ad Antonio «de l’oio», cognato di pre Lucio Paolo Rosello. Questo prete molto colto era stato parroco a Maron di Brugne-ra, nel contado di Porcia, dal 1532  al 26  ottobre 1548 , quando aveva lasciato il ricco beneficio e si era trasferito a Venezia per pubblicare libri che parlavano della Riforma in modo velato. Fu in stretto contatto con molti uomini importanti del movimento di rinnovamento religioso. L’attuale pila dell’acqua santa della parrocchiale di Maron fu fatta eseguire da lui e reca una citazione evan-gelica che inneggia alla (sola) fede 23 . Le dottrine della Riforma credute da Stella e dif-fuse anche in altri paesi, come Oderzo, Ghirano, in attesa di dida e scheda:Cristoforo Sorte, Carta per adaquar il trivisan , 1567, 187, 3 x 107 cmVenezia, Archivio di Stato  4243 impossibile seguire nei dettagli l’andamento dei singoli processi, che ebbero conclusioni diverse. Melchiori, dopo alcuni costituti reticenti, confes-sò le proprie eresie il 25  giugno, abiurò, fu assolto dalla scomunica e ricevette alcune pene spirituali. Pre Domenico invece si tenne sulle generali e alla fine il 14  agosto fu relegato in un paese a sua scel-ta e optò per Venzone. Francesco dal Cason, che si presentò sempre su richiesta del Consiglio dei dieci il 13  agosto, fu costituito più volte, l’ultima il 31  agosto, si difese abilmente e non ci fu alcuna sentenza nei suoi confronti. Giovanni Pigozzo, citato il 29  luglio, si guardò bene dal presentarsi. Oltre ai processati, altri opitergini furono nomi-nati più volte come simpatizzanti della Riforma: pre Francesco Bertoldo, suo fratello Vincenzo e la moglie, Giovanni Antonio di Mariani, Matteo Mariani e il fratello Girolamo, Francesco Pigoz-zo, fratello di Giovanni, Pietro Antonio di Bar-bieri, Giovanni Battista Rotta, fratello di Orfeo, Giovanni de Melchiori, nipote di Bernardino. Il gruppo era notevole, molti i legami intrafami-gliari, molti i contatti reciproci.Le notizie sulle dottrine sono invece scarse: i dis-sidenti negavano la presenza di Cristo nell’euca-restia, tenevano la predestinazione, non credeva-no nel purgatorio e nella confessione, mangiava-no cibi proibiti, non andavano a messa o, i preti, non la dicevano, criticavano l’autorità pontificia. Solo la confessione di Melchiori ne fa conoscere parecchie: il purgatorio non esiste («el sangue de Christo è stato il nostro purgatorio»), i cristiani sono predestinati alla salvezza e non si possono dannare, non si devono tenere immagini né pre-gare i santi («non si debba pregar li santi che in-terciedano per noi, perché Christo basta»). L’uo-mo non ha il libero arbitrio, ma è predestinato. I voti non sono di alcun valore e l’uomo si salva con la sola fede («la fede sola po’ salvar l’homo senza le opere, ma ho ben tenuto che dalla mia fede non po’ sucieder se non le bone opere»). La Chiesa è «l’union de’ fedeli christiani», secondo la concezione di Lutero. Venne anche alla luce che Cason, fra Girolamo Businello, Giovanni Gior-gio e pre Matteo de Zerbinellis avevano tenuto delle letture pubbliche commentando i Vangeli e le lettere di san Paolo nel monastero della Mad-dalena verso il 1548 , una pratica di chiaro stampo protestante 34 .I libri che venivano letti sarebbero stati soltan-to due, secondo l’ammissione di Melchiori: In- to dal Consiglio dei dieci, sottopose a processo a breve distanza di tempo quattro personalità di Oderzo. I procedimenti sono ricchi e complessi non solo per il numero di costituti degli imputa-ti, ma anche per l’importanza dei testimoni esa-minati e il coinvolgimento delle autorità statali centrali e periferiche. Molto rilevante era stata per gli opitergini la presenza del vescovo Verge-rio, che verso il 1545  si era fermato nella cittadina e la predicazione di fra Giuliano Brigantino da Colle Valdelsa, avvenuta verso il 1548 . Tuttavia solo Bernardino de Melchiori, detto della Piaz-za, confessò, pre Domenico de Baynis, già vice pievano, con «cativa fama de zugador et de pu-tanier» e il dottor Francesco dal Cason scelsero di ammettere lo stretto necessario, offrendo così delle informazioni molto limitate sulle loro idee religiose, mentre Giovanni Pigozzo non si pre-sentò affatto 32 .Il processo contro i primi due cominciò in segui-to a una decisione del Consiglio dei dieci, che il 16  marzo 1555  comunicò al podestà di Oderzo di intimare loro che si presentassero personalmen-te ai tre capi del Consiglio. L’intervento dell’alta magistratura dipese certamente dalla denuncia fatta il 14  marzo da pre Matteo de Zerbinellis, vice pievano, all’Inquisizione di Venezia con i nomi di chi non frequentava i divini uffici né i sacramenti: Bernardino della Piazza, Giovanni Pigozzo, Orfeo Rotta, all’epoca a Serravalle, Pa-olo dal Zio, merciaio all’insegna del Giglio, nella cui bottega si tenevano spesso le conventicole, Giovanni Antonio pittore e pre Domenico de Baynis, che non credeva alla presenza del cor-po di Cristo nell’eucarestia  33 . Non sono riuscito a identificare chi fosse questo pittore, non certo Giovanni Antonio da Meschio, attivo nel cene-dese a metà Quattrocento, né Pordenone, morto nel 1539 . In un’altra denuncia si trova che pre Do-menico disprezzava i sacramenti, tanto che «una note, essendo andato con l’oglio santo per ungie-re, come è costume, una che era in condiction di morte, dapoi facendosi beffe, andette con l’oglio santo da una meritrice». Altre volte i dissidenti si trovavano nella spezieria di Giacomo, all’insegna del Melone, oppure nella casa dei Bertoldi.In seguito alla citazione si presentò il 21  marzo ai giudici della fede di Venezia pre Domenico della Butta o de Baynis, «uno con tabarro et ca-pello, con capelli parte negri, parte canudi et po-chi, con barba negra, magro et in faza rosso». È to dei santi, la venerazione delle immagini. Per questo motivo alcuni «luterani» intraprendenti avevano preso una statua di sant’Antonio abate, l’avevano rotta in pezzi e gettata nel fiume, pro-vocando un grande scandalo. Viene svelata così l’srcine del gesto iconoclastico che tanto aveva colpito i fedeli e le autorità. Nella quaresima ap-pena passata fra Antonio aveva predicato inoltre a Cologna «alla lutherana» per due settimane. Due denunce simili furono inviate il 20  dicembre 1550  all’inquisitore di Padova e il 9  aprile 1551  addirit-tura al cardinale inquisitore Marcello Cervini 27 . Prima di continuare l’analisi dei documenti, va detto che ci sono altri quattro sospetti di eresia, abitanti a Conegliano, di cui conosciamo solo i nomi (Agostino de Carlo, fra Sebastiano Catta-nei, Francesco Mercatello, Pietro Roccabonella) e l’anno del supposto processo, il 1553 , dato che il loro fascicolo, inventariato nel 1870 , non si trova più nella busta 10 , né in quelle viciniori 28 .La diffusione delle dottrine della Riforma av-veniva spesso attraverso l’insegnamento nelle scuole e furono parecchi i maestri denunciati o processati dal Sant’Uffizio nell’Italia settentrio-nale 29 . Questo fenomeno ebbe luogo anche a Serravalle con tre maestri. Nel febbraio del 1554  risultò da quattro testimonianze che Costantino [Cato] «milanese» faceva il maestro pubblico, era sposato e aveva figli, ma era stato frate e aveva grande fama di «luterano». Nelle lezioni soleva riportare autorità e storie della Bibbia. Un giorno aveva detto «che tanto valea et operava l’aqua del Mesco, come l’aqua santa». C’era anche un suo ripetitore, ex frate benedettino, in religione don Simone, fiorentino di srcine, pure lui con fama di «luterano». Un altro maestro era Pietro da Be-nevento, ex frate ed ex prete. Era stato visto cele-brare messa a Brugnera, dove faceva il precettore ai nipoti del conte Ludovico, ma aveva lasciato il paese perché processato per sodomia (oggi si direbbe pedofilia), avendo portato in camera per una notte intera uno scolaro, Gasparo «rosso» da Francenigo, e abusato di lui. A Serravalle com-merciava in cereali, mangiava cibi proibiti e si diceva che «inclinasse al lutheranesmo» 30 . 7. il processo contro il gruppo filoprotestante di oderzo Nel periodo in cui si inasprì la lotta contro la Ri-forma in Italia durante il pontificato di Paolo iv   ( 1555 - 1559 ) 31 , il Sant’Uffizio di Venezia, sostenu- in attesa di dida completa, intanto: Insegna dell’editore libraio Andrea  Arrivabene  da volume Correr: La lettera d’Alessandro Citolini in difesa della lingua volgare e i luoghi del medesimo. Con una lettera di Girolamo Ruscelli, al Mutio, in difesa dell’uso delle  signorie , 1561 Venezia, Biblioteca d’arte e storia veneziana del civico Museo Correr Op. Cicogna 147.1...
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