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Atankavadasataka: La Centuria sul Terrorismo di Vagish Shastri

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    Governare la paura   - 2014, luglio - ISSN 1974-4935    ĀTA Ṅ  KAV   Ā  DA Ś   ATAKA   LA CENTURIA SUL TERRORISMO  DI VAGISH SHASTRI  Alessandro Battistini Sapienza  –   Università di Roma, Dipartimento Istituto Italiano di Studi Orientali/ISO alessandro.battistini@uniroma1.it  Abstract:  Āta  ṅ kav  ā  da  ś  ataka: the Century of Verses on Terrorism by Vagish Shastri  This paper will examine the sanskrit short-poem  Āta  ṅ kav  ā  da  ś  ataka (“ Century of Verses on terrorism  ”) written in 1988 by the famous indian  pandit   Vagish Shastri. Although composed in a language that is 2500 year old, the Century   deals with one of the most dramatic events in contemporary indian history: sikh nationalist terrorism. The poet provides both a socio-political interpretation as well as a mythological-theological one, managing to combine a traditional approach with a pronounced ideological awareness. We will both supply information on the social and historical background of the phenomenon, and discuss the poetic qualities of the work. Special attention will be given to linguistic, metrical and rhetorical features, which link this contemporary composition to classical kāvya   poetry. Keywords: Modern Sanskrit Literature, Vagish Shastri, Khalistan Movement, Terrorism in India, Indian Nationalism. Un contributo accademico sull’  Āta  ṅ kav  ā  da  ś  atakam  1   (  Centuria sul terrorismo  ) di Vagish Shastri richiede due premesse inevitabili: una 1Vagish Shastri,  Āta  ṅ kav  ā  da  ś  atakam  , Varanasi, Sanskrit Bharati  –   Vagyoga Cetana Prakashanam, 1992.   Alessandro Battistini 2 sull’autore e una sull’opera. Il poeta, figura sorprendente di  pa  ṇḍ  it   tradizionale e accademico aggiornato, è stato grande maestro di sanscrito di chi scrive, e gli ha trasmesso un patrimonio di conoscenze cui non finirà mai di attingere. È inevitabile quindi che la scissione tra l’autore e la sua produzione sia ancora più difficile, ma si rende quanto mai necessaria perché l’obiettività non sia offuscata da una gratitudine senza limiti. L’opera tra tta di una delle ferite più dolorose e, vedremo, ancora aperte della recente storia indiana, quella del terrorismo indipendentista sikh, che ha funestato la vita politica del subcontinente dagli anni ’70 ai ’90 dello scorso secolo 2 . Questo movimento terroristico ha costituito l'esito nefasto di due secoli di storia, che in definitiva hanno visto la comunità dei sardār   (ossia dei sikh) del Panjab alla costante ricerca della propria autodeterminazione, in uno stato di religione sikh e di lingua panjabi: dopo la breve esperienza unitaria dell'Impero Sikh del Maharaja Ranjit Singh (1799-1849), sconfitto dagli inglesi nelle due guerre anglo-sikh (1845-1849), i sardār   si ritrovarono prima sotto il gioco britannico, e poi, con l'avvento dell'indipendenza (1947), divisi tra India e Pakistan, pedine e troppo spesso vittime delle lotte territoriali tra le due potenze. Le rivendicazioni del partito sikh Akali Dal, che con gli strumenti della politica cercava di porre fine alle discriminazioni subite da parte di hindu e musulmani, parvero troppo moderate alle frange più intransigenti della comunità, che a partire dal 1972 almeno, decisero di ricorrere alle armi. Il lettore occidentale, cui la vicenda risulterà probabilmente poco nota,, potrebbe faticare a comprendere pienamente la portata emotiva degli avvenimenti raccontati nel poema, che invece ancora oggi segnano dolorosamente la coscienza dell'India e di ogni singolo indiano. Tale coinvolgimento è invece forse la cifra più dirompente della Centuria  , che 2 Un’introduzione completa ed equilibrata alla tematica si può trovare in Paul Wallace, Political Violence and Terrorism In India  : The Crisis of Identity  , in Terrorism in Context  , a cura di Martha Crenshaw, Philadelphia, Pennsylvania State University Press, 1995, pp. 352-409.   Āta  ṅ kavādaśataka  , la Centuria sul terrorismo  di Vagish Shastri 3 nello spazio di un componimento breve ripercorre la parabola del fenomeno: prima i fallimenti della politica, l'irresponsabilità dei leader; poi l'arroganza dei terroristi, che credono di poter dare forma agli ideali con le armi e invece precipitano il Paese nel caos. Ad ogni abisso però deve seguire una risalita, ed è utile dirlo fin d'ora, il poema non si chiude con le immagini degli attentati, ma con la fiera chiamata all'unità nazionale, ai valori e agli esempi edificanti che possano porre fine al crimine della guerra civile. Quella che si presenta dunque come una rivisitazione poetica di un tema di attualità stringente è scritta in sanscrito, lingua letteraria dell’India canonizzata nel IV secolo a.C. e sopravvissuta senza significative variazioni lungo una produzione ininterrotta che attraverso due millenni di storia arriva fino ai giorni nostri. Non deve però sorprendere troppo che una lingua tecnicamente ‘morta’ (ovvero non più parlata da una comunità organica né trasmessa di padre in figlio 3  ) venga scelta per un la  voro destinato alla pubblicazione: grazie all’impiego liturgico, alla continuità compositiva, e soprattutto all’influenza sociale della casta brahmanica in ambiti determinati della produzione culturale il sanscrito è in India molto più ‘vivo’ di quanto com unemente si pensi. Per riassumere con una battuta, in India un’opera come la Centuria    ‘suona’ meno strana di quanto farebbe, poniamo, un poemetto in latino sugli anni di piombo italiani. Poiché l’autore, pur celebre nella cerchia degli indologi occidentali , è invece sconosciuto ai non specialisti, non nuocerà ripercorrerne le tappe biografiche principali: Bhagirath Prasad Tripathi (questo il suo vero nome) nasce nel 1934 a Khurai (Madhya Pradesh), trascorre l’infanzia a  Vrindavan in ambiente vishnuita e riceve la dīk ṣ ā   («iniziazione») tantrica nel 1956. Dal 1957 inizia a perfezionare il rivoluzionario metodo 3Anche se Vagish Shastri ha più volte raccontato a chi scrive che la propria moglie si rivolgesse in sanscrito ai propri figli fin dalla culla, e che la «lingua degli dèi» fosse per loro una lingua di casa.   Alessandro Battistini 4 mnemonico di insegnamento del sanscrito (  Vāgyoga  , «  yoga   della Voce») che porterà schiere di giovani studiosi occidentali (tra quelli destinati alla carriera accademica basti ricordare Cinzia Pieruccini, Mark Dyczkowski e Cezary Galewicz) e indiani a rivolgersi al suo istituto di Shivala Ghat, sulle scalinate del Gange a Varanasi. Parallela all’attività di ricerca e insegnamento tradizionale è quella in ambito universitario, che si svolge tutta alla rinomata Sampurnanand Sanskrit University  , di cui giunge ad essere direttore dell’Istituto di Ricerca. Nel 1966 è insignito del Kalidasa  Award (il più prestigioso riconoscimento letterario dell’Uttar Pradesh) e dal 1977 al 1981 partecipa a tre edizioni della World Sanskrit Conference  .  Tra le decine di pubblicazioni accademiche e letterarie dedicate a pressoché tutti gli aspetti della civiltà letteraria indiana antica, con predilezione per gli studi grammaticali, due in particolare rivestono importanza ai fini del presente discorso: la sceneggiatura del K  ṛṣ ak ā  ṇ ā  ṃ   N  ā   gap āś  a  4  (  Il giogo dei contadini   ), dramma radiofonico sulle lotte dei contadini indiani andato in onda nel 1957 su  All India Radio ; e lo studio 5  dedicato al  Nānakacandrodaya  6  (  Il chiaro di luna di Nanak  ) di Devaraja e Gangarao, poema sanscrito del XVII secolo trasmessoci da un codex unicus   del Sarasvati Bhavan   di Varanasi, che narra le gesta di Guru Nanak (1469- 1539), il primo dei dieci ‘maestri’ sikh.   L’attenzione per i fatti della contemporaneità e un certo gusto per il combattere (e spesso pontificare) dalla trincea del sanscritista hanno portato Vagish Shastri al centro della polemica pubblica più volte. In occasione del centenario (7 settembre 2006) di Vande Mātaram (  Saluto la  Madre   ), la ‘canzone nazionale’ che ha giocato un ruolo tanto importante nel movimento di indipendenza indiano, non ha mancato di far sentire la 4Vagish Shastri, K  ṛṣ ak ā  ṇ ā  m N  ā   gap āś  a  ḥ , Varanasi, Chowkhambha Vidyabhavan, 1958. 5 Devarājaśarmapra  ṇ ī  ta  ṃ  Gurun  ā  nakaj  ī  vanacaritam  , in Sā  ṃ sk ṛ  tav  ā  ṅ mayamanthanam  ,  Varanasi, Sanskrit Bharati-Vagyoga Cetana Prakashanam, 1990, pp. 280-286. 6 Devarāja Śarmā,  Nānakacandrodayamahākvāyam  , a cura di Vrajanath Jha, Varanasi, Sampurnanand Sanskrit Vishvavidyalaya, 1977.   Āta  ṅ kavādaśataka  , la Centuria sul terrorismo  di Vagish Shastri 5 sua voce. In seguito alle proteste della comunità sciita che si rifiutava di cantare la canzone per non incappare nel peccato di idolatria, Vagish Shastri ha cercato di smorzare i toni spiegando che il significato della radice verbale vand  - è quello di «salutare, rendere omaggio», e non di «pregare», e che quindi anche i pii musulmani potevano partecipare alle celebrazioni. Tra gli ultimi episodi degni di nota uno risale al 1998, quando scrisse una lettera aperta all’allora Primo Ministro A. B.  Vajpayee, membro del partito tradizionalista di destra BJP e poeta a sua  volta, e dunque almeno teoricamente deputato a proteggere i destini della lingua sacra, per redarguirlo della sua deludente pronuncia del sanscrito durante una cerimonia ufficiale. La genesi dell’  Āta  ṅ kav  ā  da  ś  atakam   è ripercorsa in maniera particolarmente minuziosa dallo stesso autor e nella prefazione all’opera 7 : scritto di getto, tra il 12 e il 18 giugno del 1988, dimostra così il proprio carattere di  pamphlet   ispirato ai più recenti fatti di attualità. Tra il 21 e il 25 dello stesso mese, durante un pellegrinaggio ai templi jaina (la religione nonviolenta per eccellenza) di Ladnun, ne fu apprestata anche la traduzione hindi. Una cronologia così dettagliata non può che sorprendere il sanscritista, più spesso abituato a testi classici e medioevali la cui datazione oscilla facilmente di molti secoli. La struttura dell’opera riprende una delle forme più diffuse del laghukāvya (« kāvya breve»), quella dello śataka  . La letteratura indiana classica offre innumerevoli esempi del genere, che gode di ampia fortuna soprattutto nell’ambito dell’an tologia (  kośa   ) di strofe sapienziali o dell'innografia (  stotra   ) religiosa 8 . Il fatto che gli śloka   sembrino spesso slegati e indipendenti, piuttosto che collegati consequenzialmente l’uno all’altro, è caratteristica comune alla produzione letteraria sanscr ita, che all’interno di una più o meno esile occasione narrativa incastona una 7  Āta  ṅ kav  ā  da  ś  atakam  , pp. iv-v. 8Si pensi, rispettivamente, ai tre Śataka   di Bhart ṛ hari (V sec. d.C.) e al Sūryaśataka   di Mayūra (VII sec. d.C.).  
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